“La gente non capisce! Io sono chiaro quando parlo!”. Questa frase mi riecheggia nella testa da parecchio tempo. Eravamo nel bel mezzo di una riunione con una dozzina di persone, con l’obiettivo di avviare un nuovo progetto in collaborazione. Ricordo che questa frase, pronunciata in maniera perentoria, mi aveva colpita e al tempo stesso incuriosita.

Chiedo a questa persona come mai fa un’affermazione così forte. Mi racconta che nel periodo Covid, quando si era reso necessario contingentare gli accessi agli uffici, era stato affisso in bacheca esterna un avviso che comunicava gli orari di apertura degli sportelli. “Eppure, la gente ha continuato a presentarsi fuori orario! Il cartello era chiarissimo!” aggiunge stizzito.

Faccio allora un’altra domanda: “Quali erano questi orari?”. Onestamente non ricordo la risposta precisa, ma erano orari d’ufficio. Incalzo poi con “Immagino che le persone che si presentavano fuori orario siano stati perlopiù lavoratori impossibilitati ad assentarsi dal proprio impiego in quegli orari”. La persona subito ribatte: “Potevano delegare qualcuno!”.

Concludo con l’ultimo, provocatorio, interrogativo: “Il cartello diceva che si poteva delegare?”. Risposta: “Lo si sa!”.

La trappola della scontatezza

Ho imparato con l’esperienza che si può sempre essere più chiari di così. Sempre. Mi capita ancora oggi di rileggere decine di volte una frase e togliere, aggiungere, modificare o riscrivere più e più volte. E facendolo, l’intensità luminosa delle parole aumenta. Scrivere per le persone significa avere in mano il potere di aiutarle a comprendere la realtà. Il che non vuol dire solo provare a semplificare concetti complessi, ma significa soprattutto stare vicino alle persone per orientarle nelle cose della vita di tutti i giorni. Come quel cartello che – diciamocelo – poteva essere più chiaro di così.

C’è un’altra considerazione da fare. Spesso cadiamo nella trappola della scontatezza. Diamo, cioè, per scontato che il percepito delle persone coincida col nostro e collimi col nostro obiettivo di comunicazione. Come si cade in questo errore? Basandosi unicamente sul nostro punto di vista. E nel fare questo, diventiamo presuntuosi.

a sinistra, un uccellino racchiuso dentro un cerchio mentre guarda fuori; a destra 3 uccellini guardano verso il cerchio.

Dentro e fuori

Canto in una corale femminile e il nostro repertorio contempla brani a 3 o 4 voci. A ogni concerto o esibizione, dall’interno della mia sezione – soprani primi – ho una percezione “chiara” (le virgolette sono d’obbligo) dell’esecuzione di ogni pezzo. Poi torno a casa, ascolto la registrazione e ogni volta sperimento la differenza tra ciò che ho sentito io da dentro e ciò che ha sentito il pubblico da fuori. A volte il divario è persino sbalorditivo.
Spesso l’intenzione che mettiamo non supera la linea del nostro io. Anche se a noi sembrava così.

Tra pochi giorni è Natale. Mi piacerebbe che sotto l’albero potessimo tutte e tutti trovare quel desiderio di metterci un pochino in discussione. Perché quasi sempre non sono le persone a non capire, ma siamo noi a non riuscire a vedere con i loro occhi. Oltre la linea dell’io si apre un orizzonte tanto ampio quanto la voglia di estendere lo sguardo.

Buon Natale.