Facendo seguito a questo contributo dedicato alle virtù del riposo, dove raccontiamo dei benefici creativi di «…quando si legge qualcosa che non c’entra niente», ho preso in mano “Uomini e topi” di John Steinbeck, nella nuova edizione Bompiani.
Nell’introduzione, il curatore Luigi Sanpietro spiega il motivo per cui era venuto il momento di aggiornare l’opera con una nuova traduzione, presentando quella di Michele Mari al posto della precedente di Cesare Pavese.
Sanpietro sostiene che la motivazione non è tanto emendare le poche sviste, perché non sono gli errori che fanno una cattiva traduzione, ma il non cogliere il tono, lo spirito del testo, e questo avviene perché con il tempo le traduzioni «si allontanano dalla lingua corrente» e invece «bisogna sempre trovare il modo di leggere o di guardare un’opera classica come se fosse stata scritta o composta per noi».

Questo concetto ha risuonato nella mia mente come familiare. In comunicazione significa che è importante trovare il modo di raccontare la relazione tra chi parla e chi ascolta, in modo che chi ascolta possa cambiare, possa trattenere qualcosa che lo interessa ed evolvere. Quello di cui scrive Sanpietro è un filo immaginario che unisce chi parla e il suo pubblico, al punto da diventare un dialogo aperto e costante, perché chi legge ascolta, comprende, si trasforma e con sé modifica la sua visione del mondo.
Pensare al pubblico, dunque, come se a dire fosse una persona a un’altra persona, perché quando il linguaggio è veramente preciso sembra che, tra tante orecchie, chi parla si stia rivolgendo proprio a noi.

a sinistra un uccellino verde che indossa un cappellino nero sta scrivendo su un foglio. A destra un altro uccellino verde sta leggendo un foglio uguale. Dalla sua testa parte un fumetto del pensiero, dove dentro è raffigurato l'uccellino col cappellino nero.

Comunicare è tradurre

Ma c’è di più. L’introduzione sostiene poi che tradurre è «accostare il linguaggio dei bambini, degli anziani o di gruppi che si esprimono in modo diverso dal nostro modo di parlare. Ne consegue che il concetto di traduzione è implicito in ogni forma di comunicazione e consiste in quel continuo e necessario aggiustamento della sensibilità che ha lo scopo di avvicinare il più possibile l’altro».

Tradurre, in quanto comunicare, significa infatti avvicinare l’altro attraverso la ricerca di una verità, di un’autenticità tutta nostra che l’altro è in grado di riconoscere.
Tradurre è anche un processo riflessivo, cioè significa esprimere sé stessi affinché l’altro ci possa capire. Non si tratta di parlare o scrivere e basta, ma di farlo con realismo per l’altro, affinché legga chi siamo noi.
Nella letteratura si parla di espressionismo linguistico, quello inaugurato da Mark Twain che fa parlare i personaggi di Huckleberry Finn con un «inglese sgangherato» che esprime «l’essenza della loro anima». In comunicazione questa è l’identità verbale che fa sì che un’informazione non sia semplicemente stesa a parole, ma sia espressa e incarnata dalle parole stesse, affinché chi legge riceva esattamente lo spirito di chi le ha scelte. Perché il pubblico percepisca che esiste una corrispondenza, un senso di proporzione, una correlazione oggettiva tra la parola e la marca.

La domanda aperta, nata dal riposo agostano, allora la rivolgo a te che leggi: quando parli, tu sei reale per il tuo pubblico?