È il 1990 e io frequento la prima media. A detta di vari insegnanti, la peggior classe della storia della scuola. Non c’è da andarne fieri, ma questa cosa oggi mi diverte. Sono certa che col tempo sia stata più che rivalutata quella classe di creature un poco chiassose, per niente composte ma, in fondo, spontanee e genuine.
Eravamo personaggi un po’ naif: chi si offriva per essere interrogato ma puntualmente portava a casa una manciata di risate e una bella insufficienza, chi durante le lezioni catturava mosche, le privava delle ali e le faceva zampettare sul banco, chi architettava l’ennesimo scherzo ai danni dei professori più ingenui… Insomma, cose così.

Un silenzio assordante

A ogni cambio dell’ora davamo sfogo alla nostra irrequietezza, con un incremento esponenziale e immediato di decibel nella stanza. Ogni prof che entrava, alzava la voce per richiamarci all’ordine. Tutti tranne uno. L’insegnante di storia, infatti, aveva il suo modo di farci stare zitti. Entrava in silenzio, noncurante del casino, in silenzio prendeva in prestito la mia penna stilografica per firmare il registro, sempre in silenzio me la restituiva e poi si metteva a sedere davanti alla cattedra, al centro della scena. Silente e quasi sempre con le gambe accavallate.

Il suo silenzio era così potente da farci provare la giusta dose di disagio e vergogna, che inevitabilmente ci zittiva in meno di un minuto.

sedia posizionata davanti a una cattedra

Il valore dell’unicità

Dopo 34 anni, non conservo traccia alcuna delle parole spesso urlate che usavano tutti gli altri insegnanti per rimetterci in riga, mentre ho un ricordo nitidissimo del metodo alternativo del prof di storia. Era il suo codice espressivo. Suo e solo suo. Ed era perfettamente in linea col suo modo di essere elegante e pacato, con la sua intelligenza sopraffina e la sua postura ricca di fascino e grazia. In un mondo dove tutti vogliono prevaricare alzando la voce più degli altri, lui decide di stare in silenzio e, così facendo, cattura l’attenzione, ottiene l’obiettivo e il suo modo di essere rimane scolpito per sempre nella memoria dei suoi studenti. Meraviglioso ed efficacissimo esempio di codice di marca: unico, riconoscibile e memorabile. Espressione pienamente coerente della sua personalità.

I primi rudimenti di identità di marca – realizzo ora – li ho acquisiti, senza saperlo, tra le pagine del libro di storia di prima media.

L’approccio silenzioso del prof di storia risulta potente ed efficace perché in contrasto col rumore di fondo e in contrasto anche col metodo di tutti gli altri docenti. Distinguersi è un ottimo modo per farsi notare e catturare l’attenzione. Ma la qualità che connota in maniera vincente il suo codice espressivo è la naturalezza, spontaneità, autenticità e coerenza con la sua persona. Non arrivava alla nostra pancia come una scelta forzata, ma come espressione naturale della sua personalità. E per questo ancor più credibile e intensa.

Naturale come il Ginkgo biloba

Questi sono i giorni dell’anno in cui questo albero, dalle ricche proprietà benefiche, tinge di oro le grandi vetrate della casa in cui sono cresciuta, facendo sfoggio di sé in giardino. Proprio nel momento in cui l’atmosfera fuori si fa sempre più fredda, lui ci regala un’esplosione dorata che illumina e scalda lo spazio. E io non posso che stare a guardare meravigliata e rapita. Mentre la natura dà il meglio di sé a primavera con infinite e variopinte fioriture, simbolo di ritorno alla vita, il Ginkgo biloba si fa notare a novembre, quando le piante si preparano a lasciar andare. E lo fa con una potenza incredibile, col suo codice cromatico inconfondibile e unico. Così, con estrema naturalezza.

grande vetrata attraverso cui si vede l'esplosione dorata del ginkgo biloba

Il tono di voce e il colore sono solo due dei codici di marca che caratterizzano un brand e lo rendono riconoscibile e memorabile. Ma la condizione imprescindibile è una: che tutto sia espressione naturale di sé e della propria personalità. Solo così l’unicità fa la differenza e rimane tatuata nelle pieghe della memoria.