Ci siamo trasferiti a Chiavenna nel 2016, dopo ormai vent’anni passati a Milano. Con noi abbiamo portato l’immenso bagaglio che l’esperienza milanese di studio, lavoro e vita ci ha regalato. Insieme alla voglia di tornare alle nostre radici e al desiderio di lavorare con le aziende del territorio.
Da dove iniziare? Dal raccontare proprio a queste aziende quali benefici avrebbero potuto ricevere attraverso il nostro lavoro.
Cerchiamo e selezioniamo alcuni contatti e ci buttiamo. Avevamo da poco progettato uno strumento per fare una prima verifica di buona salute del proprio marchio. Un semplice test, molto concreto, che ogni brand può fare in autonomia. Una risorsa gratuita che trovi sempre disponibile a questa pagina: Check&Go3.
La prima azienda che invitiamo a usare questo strumento, a titolo gratuito e senza alcun impegno, ci risponde al volo e senza indugio: “Grazie, ma non ne abbiamo bisogno”. Uh. Non partiamo benissimo. E la cosa, lo confesso, un po’ ha bruciato. Come sai, con assoluta fermezza, di non avere bisogno di qualcosa che ancora non conosci? Perché questa chiusura così respingente?
Ne abbiamo ricevute altre di risposte come quella, insieme anche a tanti riscontri mancati. Abbiamo poi analizzato a lungo tutto il processo per capire dove stavamo sbagliando. Col tempo abbiamo compreso i limiti e le pecche del nostro approccio e abbiamo anche imparato a conoscere un po’ di più la realtà del nostro territorio. Dopo tutto, però, per lungo tempo tanti aspetti sono rimasti appesi a giganteschi punti di domanda.

La mente e i suoi tarli
Ogni punto interrogativo diventa per noi una specie di tarlo che continua inarrestabile a rosicchiare il cervello e, procurandoti quel fastidio sordo e continuo, sa bene che prima o poi lo libererai da lì. Abbiamo raccolto allora ogni domanda appesa a quei grossi ami capovolti e le abbiamo portate davanti allo specchio. Quand’è che noi reagiamo con deciso rifiuto di fronte a un’offerta che non nasconde insidia? La risposta non è arrivata subito, ma non si è fatta nemmeno attendere molto. E si è palesata con una tale irruenza da far esplodere ogni tarlo fuori dal nascondiglio. Reagiamo così quando abbiamo paura. Di esporci, di togliere il velo sotto il quale siamo convinti di aver nascosto bene le nostre fragilità, di metterci a nudo e mostrarci vulnerabili. La nostra mente allora si aggrappa a decine e decine di bias e cerca ogni modo per auto convincerci che “grazie, ma non ne abbiamo bisogno”.
Rimaniamo ancora davanti allo specchio e continuiamo a convogliare le domande su di noi. Come ci liberiamo da questo timore? La risposta che funziona per noi è questa: assecondando la spinta della curiosità e il desiderio incontenibile di crescere. La curiosità di vedere cosa ci sia dietro a quelle porte, per noi è più forte rispetto alla paura di aprirle. Non sempre quello che troviamo dietro ci piace o fa per noi, ma se ci precludiamo questa possibilità, è evidente che perdiamo occasioni preziose. Questa, però, è solo la nostra risposta. Il nostro antidoto alla paralisi. Ma non è una risposta universale. A cosa ci serve allora? A capire una cosa fondamentale: le collaborazioni nascono solo laddove si crea naturale sintonia. Dove, in fondo, un po’ ci si riconosce a vicenda. Ecco il senso di portare le domande davanti allo specchio. Quali sono i clienti che un po’ ci somigliano e risuonano con noi? Riusciamo a dirlo con 3 aggettivi? Ci proviamo: aperti, onesti con sé stessi, coraggiosi.
Da pain a gain
Da pain a gain, come dicono le persone del marketing. Cioè trasformare punti dolenti, frustrazioni e fatiche in vantaggi. Lo abbiamo fatto prima su di noi, partendo da quei fallimentari tentativi di approccio alle aziende. E c’è servito per capire quali sono i nostri clienti o potenziali tali, cioè le aziende con le quali si entra subito in sintonia. Ci alleniamo poi ogni giorno a fare la stessa cosa insieme alle aziende: riconosciamo le criticità, le consegniamo tra le braccia delle risorse di cui disponiamo, per prendercene cura e restituirle infine trasformate in beneficio. Da pain a gain. L’esperienza poi ci dice che l’efficacia del risultato è direttamente proporzionale all’apertura, onestà intellettuale e coraggio dell’azienda. Una bella conferma questa… Speriamo non sia un bias a parlare per noi!