Nella società delle immagini il colore informa, come nelle mappe.
Seduce, come in pubblicità.
Narra, come al cinema.
Gerarchizza, come nelle previsioni del tempo.
Organizza, come nell’infografica.
Valorizza, come nei cosmetici.
Distingue, come negli alimenti.
Oppone, come nella segnaletica stradale.
Si mostra, come nei campionari.
Nasconde, come nelle tute mimetiche.
Si ammira, come nelle opere d’arte.
Infine, nell’esperienza di ciascuno, piace.

Oggi il colore è diventato un filtro con cui pensiamo la realtà. Nella società attuale il colore non è solo una sensazione né un mero attributo delle cose, ma è spesso un’idea o un’aspettativa.

Fare un oggetto di un certo colore può incontrare o meno il consenso del pubblico; ma se lo incontra, inizia a consolidarsi nella nostra mente a tal punto che, nel giro di qualche decennio, quel colore diventa una categoria con cui giudichiamo tutto il resto, un archetipo, un modello mentale a cui rapportiamo tutti gli altri.

Il successo della matita gialla.

La matita gialla

La matita gialla, per esempio, è più matita di qualsiasi altra matita, sebbene la motivazione per cui è stata verniciata originariamente di questo colore sia andata perduta tra le pieghe della storia.
La prima matita verniciata esternamente di giallo fu lanciata da Koh-I-Noor nel 1893 e il motivo del colore giallo va rintracciato con ogni probabilità nel tentativo di nascondere le imperfezioni del legno.
Secondo alcuni storici, invece, il motivo sarebbe legato alla volontà di richiamare il colore dell’Impero austroungarico, dove la Koh-I-Noor aveva sede.
Secondo altri si tratta invece di un rimando metaforico alla Cina, da cui tradizionalmente proviene la grafite e dove il giallo è il colore della famiglia imperiale.
Quale che sia la vera ragione, rimane un successo. E ancora oggi i due terzi delle matite prodotte e vendute sul pianeta sono gialle.

Interessante, poi, il risultato di un’indagine di mercato svolta qualche anno fa in un ufficio americano. Vennero proposte nuove matite, alcune gialle e altre verdi. Dopo una settimana si chiese agli impiegati quale delle due preferissero e la maggioranza si lamentò di quelle verdi, perché la mina si spezzava di continuo, perché erano difficili da temperare, perché il legno si scheggiava con troppa facilità. Nemmeno a dirlo, le due matite erano identiche. Cambiava solo la vernice esterna.

Alcune cromie diventano tutt’uno con gli oggetti che le indossano al punto che è difficile pensarli altrimenti. L’aspetto cruciale del rapporto tra i colori e le cose sta proprio in questo depositarsi nella memoria collettiva e nel suo continuare e parlare anche quando i significati originari sono ormai andati perduti. Se vogliamo capire cos’è oggi il colore dobbiamo allora chiederci non solo come funziona tecnicamente, ma anche quali sono le idee che gli uomini se ne sono fatti.

I contenuti di questo post sono tratti dal libro “Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo”, scritto dal visual designer Riccardo Falcinelli ed edito da Einaudi.