In questi giorni sto leggendo – finalmente – La pratica, il più recente libro di Seth Godin, autore di numerosi testi che raccontano un approccio diverso a temi legati al marketing e alla creatività. I suoi contributi hanno sempre il potere di far leva su qualcosa che sentiamo di avere, ma che spesso mettiamo in disparte o, peggio, ci sentiamo costretti a soffocare per sottostare a processi viziati propri della società produttiva.
Il 49esimo paragrafo è la lingua che batte dove il dente duole.
Succede che un nostro cliente, con cui lavoriamo da tempo con piacere e soddisfazione, ci chiede disponibilità e preventivo per un nuovo progetto, relativo a un prodotto per il mercato europeo. Una sfida super intrigante, uno di quei lavori per i quali solo a leggere la richiesta partono già i succhi gastrici.
Nota dolente: una sola settimana per presentare le proposte. Ahinoi, i tempi così serrati non collimano con il nostro metodo di lavoro, che prevede il giusto tempo per approfondire il tema, fare ricerca e analisi, individuare strade progettuali, fase divergente, fase convergente, messa a punto delle idee migliori, fase operativa e presentazione delle proposte al cliente. Da un lato freme la voglia irrefrenabile di accettare la sfida e iniziare un progetto avvincente, dall’altro, però, non ci sono per noi le condizioni per garantire un lavoro come desideriamo che sia fatto. Combattuti fino all’ultimo, la risposta finale non poteva che essere una sola.

Quando il “no” è generoso
Tutti si aspettano che le loro richieste vengano accettate e soddisfatte, ma “potrebbe essere che la cosa più generosa da fare sia deludere qualcuno nel breve periodo”, dice Seth Godin. “Essere generosi non significa dire sempre di sì alle cose urgenti o non dare delle priorità. Essere generosi significa scegliere di concentrarci sul cambiamento che intendiamo realizzare”.
Questo richiede responsabilità. Richiede rispetto. Richiede coraggio. Ed è necessario, anzi, indispensabile se vogliamo onorare il nostro lavoro, la nostra professione, la nostra missione. L’accondiscendenza indiscriminata è una forma di resistenza all’impegno che intendiamo portare avanti attraverso il nostro lavoro, un impegno che passa inevitabilmente attraverso scelte responsabili, scelte etiche e, seppur con dolore, attraverso una sorta di selezione naturale. Solo così riusciamo a sgomberare la strada affinché si creino le condizioni per quello che l’autrice Rosalyn Dischiavo chiama “the deep yes”, il profondo sì.
Quando il “sì” nasce dalla paura
Quella paura lì, la paura di essere esclusi, di rimanere indietro, è un timore che interessa molte persone. È proprio quella paura lì che ci muove a dire “sì” telecomandati, ad accettare condizioni imposte, a comprare cose di cui non abbiamo bisogno; ma se ci fermiamo un attimo ad analizzare l’origine del processo, forse ci rendiamo conto che quei “sì” sono ben lontani dal nostro “deep yes”. Quella paura è generata dall’amplificazione della sensazione di scarsità, cosa che incoraggia e porta le persone a conformarsi. Pensiamoci: quando un’offerta sta per scadere siamo invogliati ad aderire, per non rischiare di perderla. Succede anche nel lavoro: siamo portati ad accettare una proposta per la paura di perdere quell’occasione ed essere tagliati fuori anche dalle successive. Questa paura di fondo, però, ci porta non solo a sottostare, ma anche ad alimentare un processo malato che porta con sé due aspetti assolutamente negativi:
- ci fa vivere nella paura costante
- ci fa diventare complici di un processo che ostacola l’evoluzione al miglioramento.
Tutto questo – dice ancora Godin – “non potrebbe esistere se ci fidassimo abbastanza di noi stessi da sapere che siamo già sulla strada giusta per dove vogliamo andare. Se come carburante per il vostro lavoro usate risultati che sono fuori dal vostro controllo, è inevitabile che vi esaurirete. Perché non è un carburante di cui potete fare rifornimento e non è un carburante che brucia senza lasciare residui”.