This is the question.
Senza tirare in ballo Shakespeare, mi solletica da un po’ l’idea di riformulare l’amletica domanda immaginando di tenere in mano non un teschio, ma un cervello umano: AI or not AI? This is the question.

Di Intelligenza Artificiale se ne sente parlare ormai da tempo e adesso ho la sensazione che sia diventata un’urgenza imprescindibile: pare che si debba tutti capitolare e integrarla in qualche modo nel lavoro. Non abbiamo alcun pregiudizio verso l’AI e la consideriamo di per sé una tecnologia neutra, quindi né la idolatriamo, né la demonizziamo. Ci affacciamo a lei con curiosità e con in tasca le domande che danno senso: che utilità porta? Con quali obiettivi la si usa? Che impatto genera?

una mano regge un cervello umano. Sopra c'è il titolo To be or not to be?

Vincono le emozioni

A quest’ultima domanda c’è il riscontro delle neuroscienze, che, grazie a strumenti tecnologici, permettono di misurare la risposta del nostro cervello agli stimoli che riceve. Ad oggi, il nostro cervello è in grado di distinguere tra un contenuto generato con o senza AI, apprezzando molto di più ciò che riconosce come autentico, naturale, umano. Si attivano aree del cervello legate alle emozioni positive, cosa che non accade, o comunque avviene in maniera molto più limitata, di fronte allo stesso tipo di contenuto, del tutto verosimile, generato con l’AI. A livello di comunicazione, dunque, l’imperfetta realtà umana ha ancora la meglio. Ci emozioniamo di più e le emozioni, ricordiamolo, sono la spinta che ci muove in ogni cosa.

Questo vantaggio con tutta probabilità nel tempo andrà scemando, man mano che i nostri neuroni familiarizzeranno con immagini e testi generati dall’AI. E cos’è allora che farà sempre la differenza? Ancora una volta sarà la personalità di marca, l’ingrediente segreto in grado di dare spessore identitario al brand, alla sua comunicazione e alla relazione con le persone.

Se non hai idea della personalità del tuo brand,
scopriamola insieme con un Brandez-vous

Oggi il rischio più grande che riscontriamo nell’uso dell’AI in comunicazione, infatti, è proprio quello di privare ogni contenuto comunicativo dell’anima stessa del brand, dei suoi tratti specifici e unici, ovvero quelle sfumature di personalità che hanno il magico potere di renderlo:

  • memorabile
  • riconoscibile
  • forte
  • longevo
  • indipendente.

Quanta fretta, ma dove corri?

Si inizia a parlare di parassiti algoritmici relativamente a chi genera contenuti in modo bulimico solo per compiacere l’algoritmo, che ripaga in visibilità (producendo, tra l’altro, una quantità di inquinamento digitale… impatto che quasi nessuno considera, purtroppo). L’AI è ottima complice in questo: abbatte i tempi, sa correre veloce. Il problema è che corre alla cieca e non vede cosa sta sacrificando. Nella sua rapidità di elaborazione e restituzione, non si preoccupa del fatto che deve lavorare per quel brand, deve rappresentarlo, vestire i suoi panni, essere lui! Mettiamoli un po’ alla prova questi contenuti: se copro il nome o il logo, sono in grado di ricondurre quello che vedo o leggo a quello specifico brand?

Questo deve farci riflettere e ricordare che al quesito shakespeariano ogni brand non ha dubbi: “to be” è l’unica risposta contemplata, con o senza AI.