La settimana scorsa abbiamo seguito alcune open lectures su temi legati al branding. Ospiti diverse realtà internazionali, tra le quali mi ha colpito uno studio scandinavo. Parlando dell’atteggiamento che secondo loro è vitale per lavorare con successo, sono usciti tre aggettivi: honest, open, curious. Sul momento ci siamo detti “che banalità!”, poi però il pensiero è tornato più volte su queste tre parole, tanto semplici da non aver bisogno di traduzione (ammetto di non aver compreso proprio tutto tutto tutto delle due ore di intervento in lingua inglese), ma che in realtà di banale non hanno proprio nulla. Possiamo forse dare per scontata l’onestà? La curiosità – quella sana – appartiene a tutti? Mi è partito poi un loop di pensieri sulla parola open, che ha proprio catalizzato la mia attenzione e mi chiedeva letteralmente di aprirla, appunto, e di guardarci dentro.

Cambiare aria
È il gesto che facciamo ogni mattina: aprire le finestre per far cambiare l’aria. Lo facciamo per la nostra salute, per garantire la giusta ossigenazione, evitare la formazione di muffe e lasciare uscire particelle dannose. Quando l’aria è viziata, ci viene istintivo aprire la finestra. Ne sentiamo proprio la necessità, perché rimanere in un ambiente dove l’aria è stagnante non ci fa stare bene.
Un concetto di una semplicità disarmante e di altrettanta potenza. Allora non lasciamolo lì, prendiamolo, facciamolo nostro e applichiamolo tutte le volte che ci è possibile. Pensiamo per esempio al nostro cervello come alla casa delle idee. Se teniamo le finestre sempre sbarrate, i pensieri odoreranno di chiuso e le fresche intuizioni faticheranno a farsi strada, soffocate da cataste di convinzioni fossilizzate, stereotipi muffiti e neuroni storditi dalla carenza di ossigeno. Se vogliamo che gli abitanti del nostro cervello stiano bene, dobbiamo spalancare ogni giorno le finestre e far cambiare aria.
Senza bisogno di bussare
Toc, toc! È permesso?
Non provi anche tu un certo disagio di fronte a una porta chiusa, alla quale devi bussare sperando ci sia qualcuno che possa, e soprattutto voglia, aprirti? Ti rimane sempre addosso quella sensazione di violare uno spazio protetto, anche se una voce dall’altra parte ti dice “Avanti!”.
Diverso è se la porta la trovi già aperta. Ora fa freddo e il clima non lo consente, ma avrai sicuramente notato che se passi davanti a un negozio che ha le porte spalancate, sei più invogliato a entrare. Una porta aperta è un invito a entrare a prescindere, ben diverso da quell’“Avanti” che altro non è che un permesso accordato di varcare la soglia di uno spazio che non ti appartiene.
Aperto è predisposto a monte ad accogliere, a offrire e a consentire scambio e contaminazione. Aperto è libero, senza confini dentro cui stoccare pensieri raffermi. Ecco perché dobbiamo e vogliamo allenarci per fare nostro questo atteggiamento. Non ci basta accettare di fare entrare gli stimoli che ci chiedono permesso, ma a beneficio delle idee che non possono che farsi più fresche, più forti e più ricche, vogliamo imparare a tenerle sempre aperte quelle porte, invitando ogni possibile input a entrare senza bisogno di bussare.