“Se non siete curiosi, lasciate perdere. Se non vi interessano gli altri, ciò che fanno e come agiscono, allora quello del designer non è un mestiere per voi”.
Achille Castiglioni
Pochi giorni fa stavo preparando una presentazione che mi aiutasse a raccontare a un gruppo di preadolescenti cosa sia il mestiere del designer. Obiettivo numero 1: non annoiarli.
Fortuna ha voluto che qualche giorno prima i figli di una mia carissima amica mi abbiano chiesto: “Tata ma tu che lavoro fai?”. Racconto loro qualcosa e il discorso si esaurisce in men che non si dica con un loro “Ah”. Probabilmente ho risposto alla loro domanda, ma sicuramente non ho stimolato la loro curiosità.

Mi avvicino
Mi fermo a osservarli mentre giocano ai loro videogiochi preferiti e li vedo motivatissimi a equipaggiare il loro personaggio con ciò che serve per affrontare la missione di gioco e raccogliere, durante la partita, strumenti e punti che aumenteranno le prestazioni del loro personaggio. Faccio un sacco di domande da perfetta ignorante, alle quali mi rispondono con garbo ma con quel velo di “come fai a non capirlo?!”.
Ammetto che la velocità supersonica con cui fanno tutto mi ubriaca e che davvero non capisco granché delle dinamiche del gioco. Intuisco però una cosa importante: posso raccontare cosa significa essere designer in un modo insolito per me ma vicino a loro.
Così, per la mia presentazione, decido di codificare una specie di formula magica, nella quale andrò a svelare i superpoteri del designer e a proporre una scheda di allenamento per iniziare ad attrezzare da subito la possibile futura missione di una ventina di aspiranti progettisti.
Dentro al tuo mondo
Sono 9 i punti del programma di allenamento che propongo a queste giovani anime. I primi due parlano di CURIOSITÀ e di EMPATIA. Per argomentare prendo a prestito le parole del buon Achille Castiglioni (la frase in apertura) che sento oggi più attuali che mai. Siamo spesso concentrati su noi stessi e sulla nostra visione, che rischiamo di perdere di vista la cosa più importante: ciò che facciamo assume senso solo quando entra in relazione con le altre persone.
Un progetto non è un esercizio fine a sé stesso; è atto di cura. Cosa che posso fare davvero solo se prima mi siedo vicino a te, mi interesso al tuo mondo, ti osservo e ti ascolto. Quando riesco a entrare nel tuo mondo e a vederlo con i tuoi occhi, solo allora posso iniziare a costruire qualcosa che ti porti reale beneficio. A volte è complicato, più spesso è piacevole come sentire sulla pelle l’adrenalina di un tredicenne che sta vivendo la sua missione di gioco.
In fondo non è prerogativa solo del designer questa. È caratteristica comune che ritrovo in tutti i brand che amo, perché lo senti se c’è interesse verso di te, se c’è attenzione e cura, se per terra ci sono i segni di quella sedia e nell’aria aleggia quella voce che con empatia ti chiede: “Posso sedermi qui?”.