Qualunque lavoro tu faccia o abbia fatto nella vita, ti sarà stato chiesto innumerevoli volte di risolvere un problema. Quella che viene definita capacità di problem solving è forse la caratteristica che più andiamo cercando nelle persone, in modo particolare sul lavoro, perché ci fa comodo, ci semplifica la vita.

Saper dare una risposta-soluzione a ogni domanda-problema è davvero ciò che decreta il successo di un professionista? Quando penso a questo, ci immagino sempre a fine giornata mentre appiccichiamo sulla tessera-punti-professionalità tanti bollini quante sono le situazioni che abbiamo risolto. Che poi i premi della raccolta non sono altro che nuove, sempre più numerose e sfidanti domande – i clienti – a cui dare puntualmente efficaci risposte.

Anche a noi progettisti naturalmente viene chiesto di fare questo. Dare risposte. Possibilmente intelligenti, innovative e attraenti. Un bravo designer fa questo. Vero.
Il progettista più bravo è allora quello che sa dare la risposta migliore alla domanda che gli viene posta?

Unlocking questions

Quando la domanda è viziata

Ricordo perfettamente un workshop di progettazione a cui ho partecipato tanti anni fa, durante un evento dedicato alla creatività. Una di quelle esperienze sorprendenti che lasciano il segno per sempre.

La richiesta era di progettare un nuovo ombrello. Si apre il brainstorming ed esce di tutto: ombrelli che si auto-asciugano, che cambiano colore con la pioggia (questa idea è poi diventata un prodotto vero e anche molto poetico), ombrelli per la coppia (esiste, ce l’abbiamo!), su cui poter disegnare, ombrelli al contrario, … Davvero pensavamo di aver detto tutto ciò che si poteva dire e fatto tutto ciò che sembrava fattibile. Fino a che il formatore ci spiazza: “Bravi, tutte buone idee e praticamente tutte producibili. Ma siete davvero sicuri che non si possa fare di meglio?”.

A quel punto ci riporta alla richiesta iniziale – quella di progettare un nuovo ombrello – e ci shakera come un Daiquiri: “Vi siete limitati a dare buone risposte a quella domanda, senza provare a metterla in discussione. Ora, che succede se vi chiedo di progettare non più un ombrello, ma un nuovo modo di ripararsi dalla pioggia?”.
Boom! Il rubinetto delle idee si riapre e ha un getto molto più potente di prima.

Unlocking questions

Cambiare la domanda cambia decisamente il risultato. Possiamo scoprire strade davvero innovative se smettiamo di essere distributori automatici di risposte: inserisci la moneta (che poi spesso manco la inseriscono la moneta, ma questa è un’altra storia!) > formula la domanda > ritira la tua buona risposta.

Ripartiamo allora dalla domanda. Dobbiamo analizzarla, riformularla, elevarla, aprirla. Ecco, a me piace definire questo step di progetto come la fase delle “unlocking questions”, perché è proprio quando lavoriamo sul senso della domanda e sulle parole con cui esporla che sblocchiamo infinite e potentissime possibilità.

Se cambiamo la domanda, generiamo un effetto domino che fa cadere ogni risposta ovvia, facendo spazio a mondi ancora inesplorati di sorprendenti possibilità.
Eh cari miei, cambia tutto. Tutto.