Esistono momenti nella storia di un brand che lasciano un segno indelebile, un’incisione così forte che racconta di un prima e di un dopo. Per la cooperativa Santa Lucia con cui collaboriamo, il momento è stato la scelta di certificarsi sulla parità di genere.
Questa certificazione, prevista dal Dipartimento delle Pari Opportunità grazie ai finanziamenti del PNRR, offre vantaggi alle imprese che agiscono per ridurre il divario di genere al loro interno, ma anche all’esterno in termini di sensibilizzazione.
La cooperativa credeva di fatto nella parità tra uomini e donne, ma non aveva mai messo in pratica azioni precise perché si realizzasse il prima possibile. Su questa spinta, noi di Playdesign ci siamo chiesti come avremmo potuto contribuire a rendere evidente questo valore, aiutando a concretizzarlo.

La prima azione che abbiamo fatto è stata scrivere un sintetico manuale con le linee guida di Santa Lucia per un linguaggio paritario. Lì dentro parliamo anche dell’uso dei femminili professionali, sottolineando per esempio che, come si dice cameriera, si può dire anche avvocata o sindaca, perché previsto dalla grammatica italiana.
In seguito a questa riflessione, la cooperativa ha modificato gli annunci di ricerca del personale: se prima per una posizione come autista usava il maschile e per una posizione in cucina il femminile, nei nuovi annunci ha smesso di indicare il genere. Un uomo può lavorare in cucina e una donna può guidare un mezzo per la consegna dei pasti. E così, di fatto, è avvenuto.
E poi?
Cos’altro abbiamo fatto? Abbiamo sostituito il maschile universale con il linguaggio ampio, cioè rispettoso di tutti i generi, in ogni testo, dal sito web alle carte dei servizi, dalle mail di risposta automatica ai testi per i bandi.
Importante è stato poi organizzare una formazione specifica, per aiutare il personale a capire l’importanza di una vera parità di genere nell’ambiente di lavoro. Perché non sembrassero “solo parole”. È stato necessario sensibilizzare a pregiudizi e stereotipi, che persino chi vive sulla propria pelle spesso non riconosce. Dopo aver incontrato diverse figure professionali e scelto poi la proposta più adatta, in cooperativa ognuno ha potuto fare esperienza tangibile della disuguaglianza: una vera epifania.
Fino a qui, abbiamo lavorato volgendo lo sguardo all’interno. In seguito, ci siamo interrogati su come comunicare questo valore, in cui la cooperativa crede e investe, anche all’esterno – gente, autorità, stakeholder, clienti – creando cultura e contribuendo a sensibilizzare il territorio su un tema tanto delicato quanto impattante.
Dalle parole ai fatti
La nostra risposta è stata realizzare un evento pubblico. Era necessario ampliare il discorso, parlando di questo tema come disuguaglianza più grande, universale, che coinvolge il genere femminile nella sua relazione con il genere maschile. Nel teatro di una città del territorio, proponiamo la visione di un documentario dedicato alla violenza di genere nelle relazioni intime (Un altro domani, di Silvio Soldini e Cristiana Mainardi) e invitiamo a discuterne una rappresentante del Centro antiviolenza della città e una persona dell’ufficio risorse umane della cooperativa.
Ma cosa c’entra il tema della disparità di trattamento sul lavoro con quello più generale della violenza sulle donne? La violenza, come evento estremo, nasce da una cultura della sopraffazione e della disuguaglianza, che tutti e tutte respiriamo con diverse intensità in qualsiasi contesto, anche lavorativo. C’è ancora tanto da dire e tanto da fare. Noi, insieme a Santa Lucia, abbiamo iniziato. Un percorso non facile né veloce e che incontra anche qualche resistenza. Ci sono persone, infatti, che non condividono questa visione, che la banalizzano o la deridono. Tuttavia non esiste un’altra strada, esiste solo quella che si traccia insieme.
Tutto ciò che abbiamo fatto per e con Santa Lucia per tradurre la parità di genere in parole e fatti, ha avuto un bel riscontro anche sulla stampa, consentendo di continuare a far parlare del tema e di come la cooperativa ne senta l’importanza non solo per un proprio vantaggio, ma per il bene della comunità.
Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il brand.